Il primo impatto e' piacevole, soprattutto il clima: siamo all'inizio dell'autunno ma l'aria e' ancora tiepida.
La citta' e' estesa, policentrica.
Presto si scopre che un vero centro non esiste, perche' qui ognuno ha il suo, che varia a seconda del ceto, del colore, del quartiere dove abita.
E poi subito "il colore", e' il grande protagonista di questo paeae. Il colore, anzi i colori della pelle. Inevitabilmente, se si tratta di descrivere il Sud Africa, bisogna parlarne.
I lunghissimi anni di apartheid hanno lasciato il segno.
E' di questi giorni il dibattito sulla stampa, scatenato dalle dichiarazioni di un Ministro che esortava i funzionari dello Stato a non giustificare ogni inefficienza e ritardo addebitandoli agli effetti degli anni dell'apartheid.
E' evidente che ha toccato un nervo scoperto, se il Presidente Zuma si e' sentito in dovere di smentirlo in occasione dell'anniversario dell'assassinio, nel 1993, di Chris Hani, mitico combattente e leader dell'Anc, proprio mentre si adoperava per pacificare il Paese.
Del resto Mandela lo aveva detto subito, appena uscito dalla sua lunga prigionia, in uno dei discorsi piu' significativi del dopo-apartheid: "abbiamo scalato una montagna, ma dietro a quella ce n'e' un'altra". E ce ne saranno tante altre, per il Paese dell'arcobaleno.
L'aeroporto di Johannesburg porta il nome di O.R.Tambo, uno dei leader dell'African National Congress.
Era stato totalmente rinnovato per i Mondiali ed e' ineccepibile, funzionale e moderno.
Al mio arrivo alzo lo sguardo verso l'alto soffitto dell'atrio e mi sorprende scoprire sospesa sopra di me una nave. Se ne vede il fondo della chiglia e non posso fare a meno di andare con il pensiero all'immagine di un'astronave sospesa sopra il cielo di Johannesburg.
C'e' infatti un film che ho visto qualche giorno prima di partire da Roma, Distretto 19: un film di fantascienza di qualche anno fa. Una bella storia raccontata male, usata per uno dei soliti film di fantascienza violenti e sanguinolenti, che pero' racchiude una metafora.
Raccontata cosi' puo' sembrare una barzelletta: un'astronave piena di extraterrestri si perde nello spazio ed arriva sulla terra, si ferma sopra Johannesburg, lancia segnali di aiuto. Contiene migliaia di esseri affamati, disperati.
Le autorita', dopo qualche prima perplessita', organizzano un'operazione in pieno stile hollywoodiano, spettacolare ed accattivante: elicotteri, aerei da caccia, fiamme ossidriche vengono usate per introdursi e soccorrere i naufraghi sopravvissuti che, come da copione, sono mostruosi umanoidi che si esprimono in un linguaggio incomprensibile e chiedono aiuto. Hanno fame, sete, sono in condizioni disperate dopo il viaggio intergalattico.
Viene organizzato un trasbordo e sono collocati in un accampamento provvisorio di baracche, in attesa di capire se riusciranno mai a tornare a casa. Ma la loro permanenza si prolunga, la comunicazione con loro e' difficile, quasi impossibile. Diventano scomodi, aggressivi, e si decide di trasferirli altrove, lontano dalla citta'.
Il resto e' banale fantascienza, violenza, spettacolo. Si oppongono ad essere trasferiti ed il fim termina, suppongo, in una carneficina. Ho smesso di guardarlo, non so se ci sia un lieto fine alla ET ma non credo, date le premesse.
Ma non e' questo che importa. Cio' che conta e' l'amara metafora.
L'apartheid ha rappresentò un ottuso tentativo, condotto da fieri africani bianchi convinti di essere nel giusto, di fermare la storia, l'evoluzione della civilta', e di difendere un proprio sogno di purezza e di privilegi in una terra promessa dalla quale pero' non c'era posto per i primi abitatori.
Che gli africani neri fossero gia' li prima del loro arrivo, che fossero tanti piu' di loro, che potessero essere anch'essi "umani" e quindi fratelli con i quali convivere pacificamente, sono stati costretti ad accettarlo soltanto dopo lunghi anni di lotta, dolorosi, violenti.
E l'astronave sta li, sopra la sala degli arrivi di O.R.Tambo, a ricordarlo.
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